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Questa intervista fa parte della rubrica dedicata al “Progetto Scuole: Innovare con Ambra Italia”, che racconta le esperienze concrete degli Istituti Tecnici Italiani impegnati nella trasformazione del Ciao Piaggio in e-bike. Un’iniziativa nata per unire didattica, sostenibilità e artigianato evoluto, portando la mobilità elettrica direttamente in aula e in laboratorio.
Il progetto Ambra Italia tra tecnica, passione e inclusione
All’interno dell’IIS Galilei Luxemburg di Milano, uno degli istituti tecnici che ha aderito con entusiasmo al progetto Ambra Italia per le scuole, abbiamo raccolto la testimonianza del prof. Agostino Megale. Docente di Meccanica e Meccatronica e responsabile dei percorsi PCTO, il professor Megale ha guidato i suoi studenti in un’esperienza formativa unica: trasformare un Piaggio Ciao storico in una moderna e-bike.
In questa intervista ci racconta com’è andata, tra impegno, passione e partecipazione attiva degli studenti.
Professore, può raccontarci brevemente chi è e qual è il suo ruolo all’interno dell’istituto?
Certo. Sono Agostino Megale e insegno laboratorio di Meccanica e Meccatronica presso l’IIS Galilei Luxemburg di Milano.
Da cinque anni mi occupo anche del progetto di alternanza scuola-lavoro (PCTO), un’esperienza che considero fondamentale perché permette ai ragazzi di confrontarsi con il mondo reale delle imprese e delle tecnologie.
Il mio obiettivo è chiaro: trasformare la teoria in pratica, offrendo agli studenti occasioni concrete per scoprire quanto quello che imparano in aula possa davvero diventare competenza spendibile nel lavoro e nella vita.
Come è venuto a conoscenza del progetto Ambra Italia? Cosa l’ha spinta ad aderire?
Il progetto ci è stato presentato dalla dirigente durante un incontro del dipartimento di meccanica. Insieme al mio collega Giuseppe De Luca abbiamo subito colto il valore di questa iniziativa.
L’idea di prendere un mezzo storico come il Piaggio Ciao e trasformarlo in un veicolo elettrico non è solo affascinante: è un ponte tra tradizione e innovazione.
Ci ha convinto perché rappresenta un’opportunità unica per integrare didattica, sostenibilità e passione per la tecnica. In questo modo i ragazzi non si limitano a studiare la transizione ecologica, ma la sperimentano con le proprie mani, vivendo in prima persona la trasformazione della mobilità verso un futuro più sostenibile.
Come hanno reagito gli studenti quando è stato presentato il progetto?
Con grande entusiasmo! Non capita spesso di poter “mettere le mani” su qualcosa di così concreto e allo stesso tempo legato alla storia del nostro Paese.
Soprattutto per noi che ci troviamo in un quartiere difficile come San Siro, questo progetto ha avuto un valore aggiunto: molti ragazzi hanno coinvolto anche le famiglie, raccontando il progetto a casa, e questo ha creato un bel senso di comunità.
Come avete organizzato il lavoro in classe? Quali sono state le principali fasi della trasformazione del Ciao?
Abbiamo iniziato con una fase di studio: analisi tecnica del mezzo, comprensione del funzionamento originale e progettazione della trasformazione elettrica.
Poi siamo passati allo smontaggio, all’integrazione del kit elettrico e infine ai test su strada. Il tutto è stato accompagnato da una documentazione tecnica precisa e puntuale.
Quali competenze tecniche e pratiche ha visto svilupparsi maggiormente nei ragazzi?
Oltre alle competenze meccaniche ed elettroniche, ho notato un miglioramento nella capacità di lavorare in gruppo, di risolvere problemi pratici e di rispettare tempi e ruoli.
Anche la capacità di documentare il lavoro in modo professionale è cresciuta molto: un aspetto spesso sottovalutato, ma fondamentale nel mondo del lavoro.
C’è stato un momento particolare, durante il progetto, che l’ha colpita o emozionata?
Sì, durante la prima accensione del Ciao elettrico.
Vedere gli occhi degli studenti brillare per il risultato ottenuto con le proprie mani è stato davvero emozionante. È uno di quei momenti che ricordano perché insegniamo.
Ha notato cambiamenti negli studenti in termini di coinvolgimento, motivazione o senso di responsabilità?
Assolutamente sì. Alcuni studenti che faticavano in aula si sono rivelati fondamentali nel laboratorio, mostrando abilità pratiche sorprendenti. Questo ha migliorato anche l’autostima di molti e rafforzato il gruppo classe.
Secondo lei, quanto può influire lavorare su un oggetto “storico” come il Ciao per stimolare l’interesse dei ragazzi?
Moltissimo. Il Ciao ha un valore simbolico, richiama ricordi familiari, racconti dei genitori. Questo legame affettivo e culturale rende il progetto ancora più coinvolgente per i ragazzi.
Nel complesso, si ritiene soddisfatto del risultato finale? C’è qualcosa che farebbe diversamente?
Sono molto soddisfatto. Se dovessi rifarlo, dedicherei più tempo alla fase iniziale di pianificazione, per evitare alcune difficoltà incontrate durante l’assemblaggio. Ma ogni errore è stato anche un’occasione di apprendimento.
Crede che questo tipo di esperienza possa essere replicata anche in altri contesti scolastici o formativi?
Senza dubbio. È un progetto che può adattarsi a vari indirizzi tecnici e professionali, anche con livelli diversi di complessità. Inoltre, offre una bellissima occasione di collaborazione tra scuola, territorio e imprese.
Quale messaggio vorrebbe lasciare ai colleghi e ai dirigenti scolastici che stanno valutando la possibilità di partecipare al progetto Ambra Italia?
Non abbiate dubbi: è un’esperienza che arricchisce non solo gli studenti, ma anche noi insegnanti.
Il progetto Ambra Italia è un esempio concreto di scuola che forma, ispira e collega passato, presente e futuro.
Infine, vorrei ringraziare il sig. Tiberio Casali, titolare di Ambra Italia, e la Dirigente Scolastica Annamaria Borando per averci supportati e sopportati durante questo percorso.

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